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        <article-title>Dati Digitali e Metodologia della Ricerca Archeologica</article-title>
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          <string-name>Andrea D'Andrea</string-name>
          <email>dandrea@unior.it</email>
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          <institution>Università degli Studi di Napoli “L'Orientale”</institution>
          ,
          <addr-line>Napoli</addr-line>
          ,
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      </contrib-group>
      <fpage>10</fpage>
      <lpage>17</lpage>
      <abstract>
        <p>A long and in deepen debate has been dedicated to the relationship between Archaeology and Information Technology. So far no shared point of view has been reached on the existence of an archaeo-digital field of research separated and autonomous from the two principal disciplines. Notwithstanding the increasing in quantity and quality of the digital applications in archaeology, it is not so easy to understand why these researches are considered still subordinate to the archaeological methodology and without any specific role in the change and evolution of the method. This paper focuses on these issues starting from the Italian debate on the function and role of digital data in the archaeological research. Then some short considerations will be dedicated to some possible changes in the archaeological methodology provoked by the creation of online digital data freely accessible and reusable.</p>
      </abstract>
      <kwd-group>
        <kwd>Archaeological Methodology</kwd>
        <kwd>Digital Archives</kwd>
        <kwd>Data Integration</kwd>
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    <sec id="sec-1">
      <title>Introduzione</title>
      <p>Il rapporto tra archeologia e informatica è stato oggetto di un lungo e appassionato
dibattito che, nonostante gli attori in campo, non ha ancora oggi trovato un punto di
vista condiviso. Mentre assistiamo ad un costante incremento nel tipo, nella qualità e
quantità delle ricerche, dobbiamo registrare un forte divario tra differenti aree di
ricerca e soprattutto una limitata valutazione delle problematiche relative alla
formazione. Paradossalmente l’introduzione delle tecnologie informatiche in
archeologia è percepita, in alcuni ambienti, ancora come una novità sebbene il primo
convegno della Computer Application in Archaeology risalga oramai al 1973.
In realtà non è facile capire le ragioni della scarsa attenzione dei ricercatori al ruolo
che l’informatica ha avuto, soprattutto negli ultimi anni 20 anni, nella trasformazione
della metodologia archeologica. Forse le motivazioni sono tante e differenti e una
particolare responsabilità può essere assegnata agli stessi archeo-informatici troppo
spesso concentrati sul versante applicativo delle loro ricerche piuttosto che sulla
divulgazione dei risultati scientifici ottenuti e sulle innovazioni di metodo proposte.
Fino ad oggi l’informatica archeologica si è sviluppata principalmente in tre settori di
ricerca: il primo orientato a comprendere le forme della acquisizione, organizzazione,
archiviazione e gestione del dato alfanumerico, spaziale e multidimensionale1; il
secondo finalizzato all’interpretazione2; il terzo, infine, rivolto alla comunicazione3.
Tutte le applicazioni rivelano una ampia sovrapposizione di tecniche e metodologie e,
sebbene non siano parte di un unico workflow, è fuor di dubbio che per interpretare
correttamente e poi comunicare sia necessaria una sistematica organizzazione del dato
e della sua conoscenza.</p>
      <p>Le pagine che seguono forniscono alcune brevi considerazioni sul tema del rapporto
tra informatica e archeologia e sull’esistenza di una metodologia archeo-informatica
autonoma e distinta dai due settori disciplinari principali. Senza avere la pretesa di
offrire un punto di vista esaustivo e soprattutto conclusivo sull’argomento, la
discussione è organizzata come un elenco di citazioni, spesso senza un ordine
cronologico preciso. L’ambito prescelto per questa panoramica è soprattutto quello
italiano nel quale aspettative, illusioni e disillusioni si sono incrociate e alternate in
modo spesso repentino negli ultimi 20 anni.
2</p>
    </sec>
    <sec id="sec-2">
      <title>Informatica senza informatici e archeologia senza risultati</title>
      <p>
        In un contributo del 1996, comparso nella rivista Archeologia e Calcolatori, F.
Djindjian [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref1">1</xref>
        ] sosteneva che la crescente diffusione delle applicazioni informatiche in
archeologia dipendesse in larga misura dalla maggiore semplicità d’uso dei computer
e dalla progettazione di software orientati all’utenza finale. Un insieme di fattori,
riconosciuti come il risultato di un processo di trasformazione della stessa disciplina
informatica che aveva prodotto “una informatica senza informatici”, aveva dato
impulso alla nascita di un nuovo orizzonte multidisciplinare che, ai settori scientifici
tradizionalmente “ausiliari” presenti nella ricerca archeologica, aggiungeva
l’informatica. L’autore, oltre a registrare il costante aumento delle applicazioni,
segnalava anche l’emergere di nuove figure professionali in grado di legare le più
moderne tecnologie informatiche alle problematiche archeologiche. La varietà delle
soluzioni progettate rappresentava per F. Djindjian il segno evidente della
trasformazione dei metodi piuttosto che un avanzamento della disciplina in termini di
riflessione teorica.
      </p>
      <p>
        Negli stessi anni in Italia G. P. Brogiolo [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref2">2</xref>
        ] evidenziava come il 90% degli scavi di
emergenza fosse destinato a restare inedito a causa dell’assenza di una visione
strategica della disciplina in grado di associare in modo sistematico alle indagini sul
terreno la pubblicazione e la comunicazione delle ricerche. L’archeologia, concentrata
sulla registrazione sistematica degli strati e sull’incremento esponenziale della
capacità di raccogliere i dati, appariva “senza risultati” [2, p. 7]. Sebbene il metodo
1 L’area di intervento include Database, Archivi Online, Metadati, Semantica, Ontologie,
      </p>
      <p>Rilievo e Modellazione 2 e 3D, Cartografia e, in parte, GIS.
2 In questo settore si registrano ricerche basate sulla Statistica, il Data Mining, la Simulazione
(da ultimo soprattutto grazie all’approccio Agent Based Modeling), il Remote Sensing e i
GIS (analisi di visibilità, modelli predittivi, etc.).
3 La comunicazione comprende applicazioni WEB, Blog, Realtà Virtuale, Realtà Aumentata,
Multimedia.
stratigrafico avesse ampiamente innovato la metodologia archeologica, ancora
inadeguata appariva l’attenzione dei ricercatori al tema della diffusione pubblica di
quell’insieme di fonti documentarie storico-archeologiche che le indagini sul campo
consentivano di acquisire.</p>
      <p>Negli anni ’90 l’informatica senza informatica e l’archeologia senza risultati si
incontrano; dall’incontro emergeranno nuove linee di ricerca ed una rivalutazione
dell’importanza dei metodi in archeologia dopo il relativismo post-processualista e il
rigido formalismo della New Archaeology.
3</p>
    </sec>
    <sec id="sec-3">
      <title>L’Archeo-informatica in Italia tra applicazioni e metodologia</title>
      <p>Tornando sul tema dell’”archeologia senza risultati” G. P. Brogiolo offre nuove
interessanti prospettive al problema della pubblicazione degli archivi verificando una
situazione sostanzialmente immutata rispetto a quella descritta nel 1997. L’autore
afferma “che inserire i dati pregressi consultabili online [costituisce] di per sé un
importante passo in avanti” [3, p. 272]. G. P. Brogiolo si spinge anche oltre
proponendo, in un paragrafo dal titolo quanto mai evocativo “Un nuovo impegno per
la sopravvivenza dell’archeologia”, l’inserimento di tutte le schede registrate nel
corso di uno scavo in un Web-GIS, in un sistema WIKI e in generale in archivi online
liberamente consultabili. L’adozione di un approccio aperto e condiviso avrebbe
prodotto un decisivo cambiamento dei ruoli e delle responsabilità istituzionali dello
Stato e dei suoi organi periferici. L’Autore suggerisce l’elaborazione di un modello
policentrico di organizzazione e gestione della conoscenza basato sulla messa in rete
degli archivi delle Soprintendenza e sulla pubblicazione online dei dati prodotti dalla
ricerca accademica e dall’archeologica professionale. L’informatica non è quindi solo
uno strumento che accompagna o guida la ricerca, ma addirittura un approccio
disciplinare indispensabile alla sopravvivenza stessa della Archeologia.
Eppure in Italia una discussione sugli archivi digitali era iniziata ben prima, sebbene
in forme sempre molto timide e spesso circoscritte. Nel 1990 vede la luce il primo
numero di Archeologia e Calcolatori, una rivista nata come osservatorio
internazionale sugli aspetti teorici e metodologici della informatica applicata in
archeologia. Nell’editoriale, che dava inizio alla pubblicazione del periodico [4, p. 7],
M. Cristofani e R. Francovich avevano affermato, con straordinaria lungimiranza, che
“L’intervento dell’informatica ha così imposto a studiosi legati ad una tradizione
scientifica che troppo concedeva alla soggettività, da un lato l’esigenza di descrizioni
normalizzate di strutture e reperti secondo i loro elementi pertinenti, dall’altro
applicazioni di metodi che individuano le proprietà formali caratteristiche di un
contesto o di un insieme di dati. Operazioni, ambedue, comunque mirate nei confronti
di obiettivi che rientrano nell’interpretazione storica dei fatti culturali”. Senza
perdere di vista l’orizzonte e la finalità dell’archeologia e cioè la ricostruzione e
l’interpretazione storica, per i due studiosi il terreno dell’archiviazione e della
gestione dei dati costituiva il banco di prova migliore per l’adozione di tecniche
innovative nell’organizzazione e nella registrazione della documentazione
archeologica; l’informatica avrebbe contribuito alla creazione di laboratori virtuali di
sperimentazione metodologica destinati a fornire alla comunità scientifica la base di
dati necessaria alla verifica formale delle ricostruzioni.</p>
      <p>Qualche anno più tardi, a riprova del fatto che le osservazioni di M. Cristofani e R.
Francovich, per quanto giuste, non avessero ricevuto la necessaria attenzione nella
comunità degli archeologi, A. Gottarelli [5, p. 11] sottolineava ancora “l’esigenza di
una normalizzazione dei metodi di trattamento dell’informazione e dei formati di
archiviazione, in particolar modo in quelle tecnologie informatiche che più di altre
sono orientate all’organizzazione del dato”.</p>
      <p>
        Lo stesso Francovich [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref6">6</xref>
        ], ritornando dieci anni dopo sulle stesse problematiche, deve
purtroppo ammettere che, sebbene fosse stata percepita l’irrinunciabilità delle risorse
messe a disposizione dal progresso tecnologico, non si disponeva in quegli anni degli
strumenti di base per operare e sperimentare con la dovuta ampiezza. Sulle ragioni del
fallimento Francovich ha idee molto precise: da un lato le tecnologie informatiche
sono state viste come un supporto più moderno alla ricerca piuttosto che una spinta
alla riflessione metodologica mentre dall’altra comportamenti legati ad un
conservatorismo accademico e istituzionale che rifiuta la tecnologia hanno frenato
qualsiasi innovazione e sperimentazione.
      </p>
      <p>
        Mentre la discussione aveva come oggetto, in modo sempre più prevalente, il nodo
della corretta organizzazione e gestione informatica del dato, nel secondo numero di
Archeologia e Calcolatori, A. de Guio [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref7">7</xref>
        ] propone un progetto archeo-informatico per
gli anni ’90 fondato su presupposti e finalità del tutto differenti. Nell’impostazione di
A. de Guio l’informatica serve soprattutto sul terreno della lettura e interpretazione
dei paesaggi. Per l’autore il Remote Sensing, il Telerilevamento e i GIS rappresentano
un insostituibile bagaglio di strumenti tecnico-operativi e concettuali che aiutano
l’archeologo nella ricostruzione dei paesaggi antichi.
      </p>
      <p>Questo filone di applicazioni resterà sostanzialmente poco seguito in Italia. Se
l’informatica ha innescato una profonda revisione del circuito
“operazionalemetodologico” tradizionale, questo processo non condurrà ad una maggiore
attenzione alle applicazioni legate alla intelligenza artificiale o alla multimedialità,
come immaginato da A. de Guio, ma sarà soprattutto rivolto all’analisi della
strutturazione del dato alfanumerico e spaziale.</p>
      <p>
        Nuove riflessioni saranno avviate nel corso degli incontri organizzati nel 1999 a
Napoli e Firenze. Le tre giornate di confronto diedero un impulso, almeno per il
panorama italiano, ad una ulteriore riflessione metodologica4. Gli atti, pubblicati nel
2000 dalla rivista Archeologia e Calcolatori [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref8">8</xref>
        ], testimoniano il livello raggiunto
dall’archeo-informatica e soprattutto il grado di penetrazione in moltissimi settori
della ricerca alla fine degli anni ‘90. Nonostante il numero elevato di applicazioni e
sperimentazioni, le soluzioni digitali apparivano ancora largamente condizionate da
4
      </p>
      <p>Le linee organizzative di questo evento “nazionale” vennero discusse al margine della
annuale conferenza della CAA che si tenne nel 1998 a Barcellona nella quale la componente
più numerosa dei partecipanti era rappresentata dai ricercatori italiani. Il workshop articolato
in due sessioni a Napoli e Firenze voleva offrire uno spazio di confronto aperto di riflessione
al tema dell’archeologia computazionale che, salvo pochi incontri internazionali, non aveva
ancora ricevuto una adeguata valorizzazione e dimensione nazionale.
un approccio che considerava in forma del tutto subordinata l’intervento informatico
in archeologia, senza alcun reale impatto sulla trasformazione dei metodi.
Agli inizi del nuovo millennio il nostro Paese mostrava dunque un forte ritardo nella
progettazione di soluzioni per la gestione dei beni culturali ed archeologici italiani,
soprattutto se paragonato ad altri paesi Europei. L’insuccesso dei vari progetti
nazionali di inventariazione del patrimonio archeologico rivelava come, nonostante il
largo investimento operato nel settore dal Ministero del Beni Culturali, mancasse una
prospettiva istituzionale in grado di integrare le differenti linea di ricerca all’interno di
un sistema nazionale.</p>
      <p>
        L’incremento delle applicazioni informatiche dedicate agli archivi digitali è
testimoniato da una riflessione di D. Manacorda [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref9">9</xref>
        ]. Lo studioso, sottolineando la
necessità di adoperare standard descrittivi per i dati archeologici al fine di rendere
semplice e scientificamente corretto il confronto tra materiali rinvenuti in contesti
differenti, evidenzia come ogni pratica con il relativo protocollo sia stabilita in base a
specifici punti di vista. Per D. Manacorda l’interpretazione dei dati deve fondarsi su
“… un corpo organizzato di categorie descrittive tanto più necessario quanto più
oggi l’archeologia usa e sviluppa le tecnologie informatiche” [9, p. 26]. Dalle parole
di D. Manacorda possiamo comprendere, anche se indirettamente, come la
progressiva introduzione di metodologie informatiche nella registrazione del dato
archeologico stesse cominciando a delineare nella mente del ricercatore una
riflessione sul tema del linguaggio, della formalizzazione e della normalizzazione
delle fonti documentarie, aspetti questi particolarmente insidiosi nel momento in cui
la pubblicazione e/o diffusione dei dati avviene in forme non cartacee.
Suona, a questo punto, alquanto singolare quanto scritto da A. Carandini qualche anno
più tardi [10, p. 19]. L’archeologo probabilmente più illustre nel nostro attuale
panorama nazionale afferma che “Dovrebbero esistere «sistemi informativi
archeologici» unitari, statali, regionali e universitari, capaci di condividere un
minimo di procedure essenziali. Oserei dire che una soprintendenza del futuro
dovrebbe essere costituita da pochi funzionari, ben formati archeologicamente e
anche tecnologicamente … i quali dovrebbero ronzare come api operose - esperte in
AutoCad - attorno a quello straordinario favo digitale”. A. Carandini poi continua
“Non servono schede di monumenti o di oggetti singoli ma appunto sistemi
informativi territoriali in cui i dati siano geo-riferiti e vettorializzati … che diano
informazioni scientifiche ed essenziali”. E’ paradossale che chi scriva questo
“appello” sia stato per lunghi anni il vero deus ex-machina dell’archeologia italiana,
Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e consigliere di molti ministri.
Che la situazione in Italia non fosse mutata, nemmeno dopo l’accorato appello di A.
Carandini, è testimoniato dalla parole, in precedenza ricordate, di G.P. Brogiolo [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref3">3</xref>
        ]:
per produrre conoscenza archeologica occorre in modo prioritario mettere online gli
archivi di dati e schede sviluppando una nuova riflessione metodologica sulle forme
di creazione, organizzazione e gestione del record archeologico.
      </p>
      <p>Il percorso di ricerca ed innovazione della metodologia delineato agli inizi degli anni
‘90 resta ancora un miraggio. Il computer è utile per ordinare, classificare, analizzare
e simulare comportamenti, ma l’interpretazione dei dati e la ricostruzione storica è
ancora strettamente e saldamente legata ai modelli e alle teorie tradizionali. Gli
archeologi, almeno in Italia, continuano ad ignorare l’impatto dei metodi
computazionali in archeologica restando ad un livello di enunciazione teorica e
perdendo di vista le connessioni che i metodi informatici hanno sulla trasformazione
della metodologia archeologica.</p>
      <p>Un grosso impulso ad una trasformazione disciplinare verrà probabilmente dalla
diffusione di archivi di dati online liberamente consultabili e accessibili; alcuni
progetti sembrano già preannunciare la nascita di una archeologia collaborativa 3.0
caratterizzata dalla condivisione di dati aperti e dall’interazione tra numerosi percorsi
di ricerca.
4</p>
    </sec>
    <sec id="sec-4">
      <title>Una archeologia collaborativa</title>
      <p>
        Mentre il dibattito degli anni 60-70 è stato indirizzato in prevalenza alla costruzione
di uno status epistemologico rigoroso nella strutturazione di modelli interpretativi, i
più recenti orientamenti nel campo della ricerca archeologica sembrano concentrati
sulle problematiche della raccolta e organizzazione dei dati [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref11">11</xref>
        ]. In particolare alcuni
segnali sembrano emergere all’interno di quei settori di studio più attenti alla
comprensione dei meccanismi di formalizzazione e trattamento del record
archeologico e soprattutto delle forme di scrittura, riscrittura e gestione della
conoscenza [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref12">12</xref>
        ].
      </p>
      <p>L’emergere di un rapporto nuovo tra dati digitali e metodologia archeologica sembra
inserirsi soprattutto all’interno di un più ampio fenomeno scientifico determinato
dall’estensione delle reti telematiche, che possono connettere contemporaneamente
punti diversi nel mondo in una ininterrotta catena di relazioni e interazioni virtuali, e
dell’incremento degli archivi online che contribuiscono alla creazione di forme
comunicative differenti e totalmente digitali.</p>
      <p>
        La presenza di una comunità scientifica in rapida trasformazione e caratterizzata dalla
multi-culturalità oltre che dal multi-linguismo, spinge i ricercatori a riflettere, in modo
del tutto nuovo, sulle modalità di costruzione e diffusione del record; l’esigenza di
trasmettere rapidamente le informazioni si associa alla consapevolezza che il nuovo
medium digitale impone un ripensamento non solo delle tradizionali forme di
comunicazione, ma anche di organizzazione della conoscenza che deve essere
trasparente ed esplicita. Per cogliere compiutamente le opportunità offerte dai nuovi
media i ricercatori devono conferire i dati che hanno prodotto, mentre le entità statuali
nazionali e sovranazionali devono garantire il libero accesso alla rete mettendo a
disposizione le risorse necessarie per creare adeguate infrastrutture di ricerca.
Il recente incremento degli archivi online è certamente favorito dallo sviluppo di
strumenti di tipo collaborativo che consentono di affrontare in forme innovative non
solo il semplice accesso ai dati, ma anche l’uso per fini di ricerca scientifica della
conoscenza presente in rete. Per far fronte alla esplorazione e alla manipolazione di
queste grandi quantità di dati online sta emergendo un paradigma il cui obiettivo è
combinare teoria, simulazione ed esperimento partendo da un concetto di scienza
aperta.
Con la diffusione delle tecnologie del Semantic Web il tema dell’integrazione della
conoscenza è stato affrontato con nuovi strumenti operativi e concettuali. Soluzioni
sperimentali sono state testate anche nel settore archeologico con l’obiettivo di
condividere le informazioni ad un livello mai prima d’ora conosciuto [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref11 ref12">11, 12</xref>
        ]. Non si
tratta però di una espansione in termini esclusivamente quantitativi, data dalla somma
complessiva degli archivi consultabili, ma di un approccio metodologico innovativo
che associa l’esigenza di rendere le informazioni comprensibili alla maggior parte dei
potenziali utenti, siano essi macchine che uomini, all’obiettivo di preservare il
contenuto informativo del record originario.
      </p>
      <p>Ad un modello di ricerca fondato sulla tradizionale circolazione a stampa, si
contrappone dunque un approccio collaborativo basato su una informazione digitale
disponibile e accessibile senza limitazioni. Ma se la disponibilità di informazione, di
per sé, non è conoscenza, il salto di quantità prodotto dalla creazione di archivi online
sarà tale da generare un salto di qualità nello studio dei dati, nella aggregazione delle
informazioni e infine nel loro corretto riuso.
5</p>
    </sec>
    <sec id="sec-5">
      <title>Conclusioni</title>
      <p>In passato gli archivi sono stati messi a disposizione della comunità scientifica
utilizzando rigide strutture formali come i database o i WebGIS. L’esperienza ha però
mostrato come la creazione di queste collezioni di dati online fosse fortemente
condizionata dal tipo di progettazione adoperata, finalizzata a trovare il miglior punto
di equilibrio tra la struttura informatica prescelta e il set di informazioni da archiviare.
Un tale sforzo non era sempre adeguatamente premiato perché l’incontro tra due
forme così differenti di formalizzazione, quella informatica e quella archeologica,
generava un compromesso che finiva con il ridurre le potenzialità di entrambe le
discipline. Oggi invece, grazie all’emergere di nuovi linguaggi affidabili e scalabili e
di nuovi movimenti culturali come l’Open Data, è possibile diffondere e rendere
accessibili i dati in rete in forma più trasparente consentendo di eseguire ricerche
complesse finora inimmaginabili.</p>
      <p>L’uso esteso e razionale della rete stimolerà nel breve periodo anche in archeologia un
cambio di paradigma poiché la creazione di archivi liberamente accessibili online
aumenterà l’interazione interdisciplinare e la scoperta di nuove relazioni tra i dati. I
ricercatori potranno approfondire il contenuto informativo del dato registrato piuttosto
che aumentare ed intensificare lo sfruttamento del suolo da scavare.</p>
      <p>L’informatica contribuirà al rinnovamento della metodologia archeologica non
soltanto mettendo a disposizione strumenti e formati per favorire e accrescere la
condivisione in rete, ma soprattutto fornendo nuovo approcci formali per la
concettualizzazione e l’organizzazione della conoscenza.</p>
      <p>
        Sebbene l’implementazione di soluzioni per la creazione di risorse digitali online, non
abbia ancora spinto gli archeologi ad una più ampia riflessione sulle interazioni
telematiche e interdisciplinari, alcuni risultati parziali sono stati raggiunti
confermando la potenzialità di un approccio collaborativo online [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref12">12</xref>
        ].
L’impiego delle tecnologie informatiche in archeologia richiede una rivalutazione dei
metodi in relazione soprattutto alla corretta formalizzazione dell’intero ciclo della
conoscenza; i dati, in particolare, non possono essere separati dagli strumenti
adoperati per produrli e principalmente per registrarli ed archiviarli.
      </p>
      <p>
        Un rinnovamento della metodologia archeologica dovrà quindi necessariamente
partire da una riflessione sul modus operandi dell’archeologo che includa gli aspetti
tecnico-informatici presenti nella documentazione digitale; i ricercatori potranno così
adottare forme trasparenti e semplici di diffusione dei dati, accessibili ad ogni livello.
Come ha osservato di recente lo storico delle scienze J. Gleick [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref13">13</xref>
        ] “Ogni nuovo
medium trasforma la natura del pensiero umano”. Se allora “… la storia è la storia
dell’informazione che prende coscienza di sé stessa” anche in archeologia, in un
futuro non troppo lontano, i ricercatori dovranno prendere coscienza dell’importanza
della fonte digitale che costituirà uno dei principali assi di interesse della disciplina
del 21mo secolo.
      </p>
    </sec>
  </body>
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          1.
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