<!DOCTYPE article PUBLIC "-//NLM//DTD JATS (Z39.96) Journal Archiving and Interchange DTD v1.0 20120330//EN" "JATS-archivearticle1.dtd">
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      <title-group>
        <article-title>Open archaeology: MAPPAproject</article-title>
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          <string-name>Anichini Francesca</string-name>
          <email>francesca.anichini@for.unipi.it</email>
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        <contrib contrib-type="author">
          <string-name>Gabriele Gattiglia</string-name>
          <email>gabriele.gattiglia@for.unipi.it</email>
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          <label>0</label>
          <institution>Laboratorio MAPPA, Università di Pisa</institution>
          ,
          <addr-line>Pisa</addr-line>
          ,
          <country country="IT">Italia</country>
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      </contrib-group>
      <fpage>71</fpage>
      <lpage>79</lpage>
      <abstract>
        <p>The MAPPA Lab is a research laboratory of the University of Pisa dedicated to the application of mathematical model and to the open access to research data policy in Archaeology. The MAPPA lab was created during the MAPPA project, a research project aimed to the estimation of archaeological potential of the urban area of Pisa. The MAPPA Lab developed an archaeological webGIS (MAPPAgis) of the urban area of Pisa, and the first open archaeological data repository in Italy (MOD, MAPPA Open Data). The MOD is thought as a repository for all the archaeological raw data produced in Italy, and aspires to become the benchmark of open archaeology in Italy, developing new way of publishing archaeological data such as the recently published Data Book, and fostering a bottom-up approach to archaeological data through education, as proposed in the Open School of Archaeological Data.</p>
      </abstract>
      <kwd-group>
        <kwd>open data</kwd>
        <kwd>archaeological heritage</kwd>
      </kwd-group>
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    <sec id="sec-1">
      <title>-</title>
      <p>open
knowledge,</p>
    </sec>
    <sec id="sec-2">
      <title>Introduzione</title>
      <p>Il progetto MAPPA (Metodologie Applicate alla Predittività del Potenziale
Archeologico) parte nel 2011 in seno all’università di Pisa, perseguendo l’idea di
rendere accessibili e realmente riutilizzabili i dati connessi con il patrimonio
archeologico. Quello che mette in campo è un gruppo eterogeneo per formazione e
mentalità: archeologi, geologi (in tutte le loro declinazioni: palinologi, sedimentologi,
geomorfologi, microstratigrafi…), informatici, matematici. I risultati vengono
presentati nella seconda edizione del convegno “Opening the Past” nel giugno del
2013. Da quel giorno, un passo alla volta, si struttura il “Laboratorio MAPPA” che
cambia significato al suo acronimo (Metodologie digitali APPlicate all’Archeologia)
allargando il raggio d’azione e proseguendo nel lavoro le cui solide basi erano state
gettate nella fase di progetto. Questa in breve la storia, ma dietro a ogni storia c’è
un’idea che fa da filo conduttore. E allora per capire ciò che MAPPA ha fatto è
necessario tornare a quell’idea e ripercorrerne gli sviluppi più significativi.</p>
    </sec>
    <sec id="sec-3">
      <title>Un passo indietro. Gli obiettivi dietro l’idea</title>
      <p>
        L’obiettivo del progetto MAPPA era quello di costruire un sistema che consentisse a
un’utenza differenziata, composta da soggetti pubblici e privati, di accedere,
comprendere e utilizzare per scopi diversi, i dati archeologici raccolti nel corso dei
decenni all’interno di un tessuto urbano. Case study la città di Pisa. Scopo del lavoro
era la ricerca di modelli di gestione in un quadro di sostenibilità e di rispetto delle
esigenze del passato e del presente che non contrapponessero la salvaguardia del
patrimonio archeologico allo sviluppo. Il tessuto urbano quindi, affrontato sia con gli
occhi dell’evoluzione dell’insediamento storico, sia con quelli della trasformazione
contemporanea, intimamente connessa alle politiche di governo del territorio in
risposta a bisogni continui e sempre diversificati. Il primo degli obiettivi del progetto
era quello di cercare soluzioni nuove, in grado di coniugare in modo più efficace
tutela, pianificazione urbana e ricerca; per farlo è stato messo a punto uno strumento
matematico che, partendo dall’analisi di dati archeologici di base, integrati con dati
geologici, geomorfologici, paleo-ambientali, dati desumibili dalla cartografia storica,
dalla toponomastica, dall’analisi della stratigrafia degli elevati e dalla
fotointerpretazione aerea, è in grado di calcolare in modo predittivo e cartografare il
potenziale archeologico sepolto di una città. Una carta, quindi, che non si limita a
fotografare l’esistente, ma lo utilizza per creare in forma ipotetica, ma non arbitraria,
nuove conoscenze [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref1">1</xref>
        ]. Il materiale raccolto, catalogato e analizzato è stato reso
fruibile mediante un webGIS1 dove tutti i livelli di analisi sono accessibili attraverso
mappe di visualizzazione, schede di sintesi ed elaborazioni dei diversi livelli
interpretativi [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref2 ref3">2, 3</xref>
        ]. Il webGIS di MAPPA è uno strumento pensato per essere
utilizzato da molteplici utenti, con diverse competenze tecniche e specialistiche, con
un approccio informatico anche elementare e con obiettivi differenti. L’interfaccia
utente è quindi volutamente realizzata con formula easy, comandi intuitivi e alcuni
tematismi già preconfezionati. Con la medesima interfaccia, è possibile addentrarsi in
analisi di taglio specialistico, facendo ricerche mirate e settoriali, qualora se ne
riscontri la necessità [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref4">4</xref>
        ].
3
      </p>
    </sec>
    <sec id="sec-4">
      <title>Il MOD (MAPPA Open Data archive)</title>
      <p>Il secondo obiettivo del progetto MAPPA era quello di rendere tutti i dati raccolti e
creati realmente accessibili e soprattutto riutilizzabili per ulteriori e diverse finalità.
Con questo scopo ci si è approcciati alla filosofia Open Data che, al momento del
lancio della versione beta del repository MOD (MAPPA Open Data) nel giugno del
2012, era tutt’altro che “di moda”. I presupposti della nostra riflessione sono stati
essenzialmente due:
1) ogni dato prodotto in seno a un intervento riguardante il patrimonio archeologico
è, per definizione, da considerarsi come un bene comune e, conseguentemente,
dove essere liberamente accessibile e riutilizzabile da parte di tutta la collettività;
1 MAPPAGIS, http://www.mappaproject.org/?page_id=452
2) nel mondo dell’archeologia e nella ricostruzione delle realtà storiche,
l’infrastruttura sostanziale è costituita dai dati e dalla loro possibilità di
circolazione e trasmissione. Considerando che parte delle informazioni
(interpretative) che sottendono ai dati sono variabili spesso connesse al know how
del singolo ricercatore, i raw data archeologici rappresentano dei punti certi e la
loro libera e tempestiva circolazione risulta essere un elemento indispensabile al
progredire della ricerca e della conoscenza.</p>
      <p>
        L’idea era quella di creare un luogo virtuale, ma quanto più reale possibile, che fosse
tanto un repository, quanto un nuovo strumento di lavoro, una rivoluzione di
processo, ma soprattutto di approccio e mentalità. La filosofia seguita è stata quella
tipicamente Open Data, legata cioè al ciclo ecologico dei dati che vengono prodotti a
prescindere dal loro utilizzo ultimo. Quando parliamo di raw data archeologici
intendiamo quindi quell’enorme mole di dati “grezzi” che sono “quasi
esclusivamente” tutto ciò che rimane della documentazione di un’indagine
archeologica: schede, cataloghi, planimetrie, fotografie, inventari, relazioni,
diagrammi, ecc…prodotti e depositati negli archivi ministeriali, a testimonianza di un
intervento e a prescindere dal sussistere o meno di un successivo progetto di
disseminazione. Sappiamo come gran parte di questi dati rimangano spesso inediti e
sconosciuti, come non entrino in alcun modo in un ciclo virtuoso che consenta di farli
fruttare e di ottimizzare l’investimento iniziale ponendosi come fattore moltiplicatore
di conoscenza. Pensiamo ad esempio a fattori di scala più ampi, ad analisi tematiche,
a lavori statistici che si fondano su basi di dati molto ampi (per una riflessione
sull’approccio Big Data in campo archeologico si veda [
        <xref ref-type="bibr" rid="ref5">5</xref>
        ]).
      </p>
      <p>
        La realizzazione di questo prodotto ha inevitabilmente aperto più fronti di riflessione
e di lavoro: come strutturare i dati[
        <xref ref-type="bibr" rid="ref6">6</xref>
        ]? entro quali confini di legge muoversi per poter
aprire i dati archeologici? come rendere partecipi gli archeologi di una trasformazione
non solo di mentalità, ma anche tecnologica e di processi, che inevitabilmente la
filosofia Open Data si porta dietro? come fornire gli strumenti necessari affinché la
comunità archeologica tutta possa realmente sfruttare e far fruttare al meglio i dati?
Il MOD, infatti, ha rappresentato una svolta di carattere essenzialmente culturale
prima che tecnologico. Pur forti dell’idea che la condivisione dei dati sia una delle
poche strade oggi percorribili per far progredire le conoscenze senza dover sostenere
costi ormai proibitivi e che la maggior parte dei dati prodotti veda il proprio
potenziale informativo fortemente sottoimpiegato, ci siamo scontrati con una
comunità tutt’altro che aperta al cambiamento, una comunità radicata nell’idea
proprietaria del dato scientifico, arroccata su un utilizzo quasi esclusivamente di tipo
individuale. Nonostante la maggior parte degli archeologi italiani si sia dichiarata
favorevole all’uso e riuso degli open data e abbia riscontrato grossi limiti nell’attuale
modalità di divulgazione e accesso ai dati [7], permane la diffidenza e la paura di
essere defraudati del risultato del proprio lavoro. L’atteggiamento comunemente
diffuso è quello di rendere fruibili i dati solo dopo averne pubblicato la loro
interpretazione e sempre in una forma molto generica e sintetica; sono rare eccezioni
le pubblicazioni esaustive della documentazione grezza e, comunque, mai realmente
come open data. Uno dei principali scogli da superare è il diffuso paradigma secondo
il quale i dati non abbiano valore in sé, ma ne acquisiscano solo nel momento in cui
vengono interpretati da chi li ha prodotti.Tale visione è estremamente riduttiva poiché
non tiene conto della possibilità che quei dati possano essere riutilizzati nell’ambito di
ricerche di tipo completamente diverso e si scontra con esperienze di successo in altri
settori scientifici che ne dimostrano l’erroneità (una per tutti la pubblicazione open
data della sequenza del genoma umano). Un atteggiamento di apertura alla
condivisione e al riuso dei dati è un passo importante che, con uno sforzo iniziale
limitato, può dare grandi risultati in tempi relativamente brevi, gettando basi concrete
per aprire, anche in archeologia, la strada del crowdsourcing, sia come modello di
business, laddove venga adottato come modalità di gestione di servizi, sia, e
soprattutto, come nuova mentalità di lavoro nelle attività della pubblica
amministrazione, con particolare riguardo agli ambiti legati alla ricerca. La
condivisione aperta dei dati può garantire risultati di altissimo livello con
un’ottimizzazione pressochè immediata di tempi e costi. Il salto da fare è quello di
comprendere la potenzialità intrinseca del riutilizzo del dato, che di per sé non toglie
valore al lavoro originario, bensì ne accresce il potenziale informativo e il
riconoscimento al suo autore. Proprio sulla definizione e sul riconoscimento della
proprietà e della paternità intellettuale del dato archeologico, si è concentrato molto
del lavoro fatto per la realizzazione del MOD. Una disamina puntuale di tutti i
riferimenti normativi ha permesso di tracciare i confini legislativi entro cui si
muovono gli open data archeologici italiani [8]. Il passaggio sostanziale è
decisamente quello dell’individuazione dell’autore di un qualunque dato perché è in
capo all’autore che sussistono una serie di diritti, inalienabili, sanciti per legge. La
legge sul diritto d’autore definisce chiaramente “autore” “colui che ha realizzato
l’opera con il proprio lavoro intellettuale” (Legge 22/04/1941 n.633), salvo il caso in
cui il soggetto non abbia ceduto tutti i propri diritti su base contrattuale ad una terza
parte e fatto salvo, comunque, che la paternità intellettuale rimane come diritto
inalienabile dell’autore stesso. Conseguentemente si riconosce nell’archeologo che ha
materialmente prodotto un dato archeologico l’autore del medesimo. Questa semplice
definizione sancisce un principio entro il quale si vanno a distinguere nettamente i
diritti dei diversi soggetti che concorrono alla realizzazione di un’indagine
archeologica, in particolar modo quelli del direttore scientifico che, quasi mai,
coincide con l’autore materiale dei dati. Su questa interpretazione si sono espressi
pareri diversi [9], ma il parere legale sul quale si fonda il principio di pubblicazione
open data all’interno del MOD, rimane ad oggi in Italia l’unico lavoro esaustivo che
affronta in modo approfondito tutto l’apparato legislativo connesso a questa
problematica. Infine, presupposto essenziale alla creazione del MOD è la convinzione
che aprire i dati vuol dire proteggerli. La condivisione dei dati in una comunità
proiettata verso l’idea di patrimonio storico archeologico come bene comune, diventa
progressivamente garanzia di controllo, di qualità e di conservazione dei dati stessi
che, oltre ad essere digitalizzati, sono conservati in uno spazio immateriale e in tutte
le condivisioni di cui diventano oggetto.
3.1
      </p>
      <sec id="sec-4-1">
        <title>La struttura del MOD, pensata per essere usata</title>
        <p>Partendo da questi elementi e facendo una riflessione realista e pragmatica, il MOD è
stato pensato lasciando a casa il sogno di avere immediatamente a disposizione open
data così “perfetti” da essere classificati con le 5 stelle di Tim Berners Lee. Pur
condividendo appieno le indicazioni della Open Knowledge Foundation, che definisce
un dato aperto come completo, primario, tempestivo e accessibile, machine-readable,
ricercabile, riutilizzabile, integrabile e permanente, abbiamo scelto comunque di non
essere troppo restrittivi aprendo la possibilità di pubblicare nel MOD anche dati che
non possiedono tutte queste caratteristiche. Il motto iniziale è stato “in Italia è
importante cominciare ad aprire”, con la convinzione che proprio la tipologia e il
formato degli stessi dati aperti faranno da propulsore per migliorarne
progressivamente la qualità. Si è quindi scelto di predisporre l’archivio per qualunque
formato di dati, purché integralmente scaricabile, senza imporre standard di
pubblicazione, ma al contrario, lasciando ai singoli autori la libertà di scegliere cosa
pubblicare e in che modo farlo. Per fare tutto questo è stato creato un repository già
predisposto per conservare una grande mole di dati con una struttura palesemente
ispirata all’Archaeological Data Service dell’Università di York che crediamo abbia
dimostrato, in vent’anni e in migliaia di dataset, la sua efficacia. L’interfaccia utente è
volutamente semplice e minimale permettendo così di comprendere immediatamente
l’organizzazione dei dati, fare operazioni elementari e avanzate di ricerca, visionare e
scaricare tutta la documentazione presente, identificare con chiarezza gli autori dei
documenti, le licenze di rilascio e le conseguenti modalità di utilizzo e citazione.
Nella fase di avvio del sistema sono stati caricati i dati degli interventi pisani già
raccolti e utilizzati per le altre finalità del progetto MAPPA; successivamente
l’archivio ha permesso l’immissione di dati provenienti da qualunque altro territorio.
Al momento sono presenti 119 dataset.</p>
        <p>L’approccio con l’interfaccia utente avviene attraverso una pagina di accesso che non
richiede alcun tipo di autentificazione, ma prevede l’accettazione delle “Condizioni”
di utilizzo del repository e delle indicazioni fornite nel “Disclaimer”. Questi
documenti definiscono con esattezza le regole e le condizioni di funzionamento del
sistema, la tipologia dei contenuti, gli impegni assunti dall’Università di Pisa come
fornitore del servizio e gli impegni richiesti agli utenti e agli autori che intendono
utilizzare il repository. Sono inoltre dettagliati i riferimenti normativi e le tipologie di
licenze utilizzate nell’archivio, individuate nelle Creative Commons Attribuzione
(CC-BY) e Attribuzione - Condividi allo stesso modo (CC-BY-SA). Per la
pubblicazione di tutti gli apparati fotografici, dovendo seguire le limitazioni imposte
dalla legge alla riproduzione a fini commerciali (D.lgs 31/05/2014 n. 83 ), è stato
scelto l’utilizzo della licenza - non propriamente open - CC-BY-NC-SA, dove è
espressamente indicato il divieto di utilizzo commerciale. L’archivio si struttura per
“interventi”, ciascuno dei quali ha una pagina introduttiva che consente di accedere a
due sezioni distinte: il “dataset”, che conserva tutti i dati grezzi, e la “relazione” dove
è caricata la grey literature, quali report, relazioni, eventuali tesi di laurea, ecc… Per
ogni file è possibile vedere il formato ed effettuare il download. Ogni sezione riporta
in modo chiaro i riferimenti agli autori dei documenti, la licenza applicata, la modalità
di citazione dei dati per il loro riutilizzo. Per ogni intervento sono attribuiti uno o più
codici DOI (Digital Object Identifier). Sono proprio questi identificatori che
sanciscono il riconoscimento della documentazione archeografica come effettiva
pubblicazione scientifica e ne attribuiscono in modo permanente la paternità
intellettuale all’autore. Questo passaggio, tra gli aspetti più delicati della
pubblicazione nel MOD, avviene attraverso il rilascio di una liberatoria da parte degli
autori dei dati che si assumono la responsabilità di dichiararsi autori di ciò che
pubblicano e dichiarano di non violare diritti altrui compresi quelli sulla privacy (si
richiede che tutti i documenti pubblicati siano privati di riferimenti a terzi, fatta salva
presentazione di apposita autorizzazione).</p>
        <p>Tra gli sviluppi previsti, al momento testato solo per i dati pisani, è il collegamento tra
il MOD e il MAPPAGIS con la possibilità di accedere direttamente al dato
cartografico, in alcuni casi estremamente puntuale e dettagliato fino alla
rappresentazione degli elementi e dei ritrovamenti archeologici documentati.
4</p>
      </sec>
    </sec>
    <sec id="sec-5">
      <title>Oltre il MOD</title>
      <p>La filosofia open è stata il perno di tutto il progetto MAPPA prima e delle attività del
laboratorio MAPPA poi. Ogni passaggio concettuale, ogni fase operativa e applicativa
è stata riportata in maniera puntuale e tempestiva in una serie di papers e in tre volumi
riassuntivi open access, interamente scaricabili dal sito del progetto
(http://www.mappaproject.org/?page_id=136 ). L’idea è quella di rendere accessibili
non solo i risultati del progetto, ma anche tutte le operazioni e le riflessioni che hanno
portato a quei risultati, perseguendo la finalità di dare il via a una discussione più
ampia sia sulle tematiche strettamente connesse alle metodologie predittive, sia a tutti
i risvolti, etici, pratici e sociali, che gli open data mettono in campo, non ultimo, il
dare conto, in modo puntuale, dell’utilizzo delle risorse pubbliche impiegate. Per
stimolare questo confronto, MAPPA ha organizzato, a partire dal 2012, “Opening the
Past”, un convegno che annualmente cerca di accendere un riflettore su alcuni aspetti
della nostra disciplina, coinvolgendo, spesso anche in modo provocatorio, voci e
skills esterne allo stretto ambito archeologico. Crediamo infatti che la contaminazione
delle idee sia intrinseca al paradigma degli open data; si può essere spinti a liberare i
dati non solo quando si giunge a comprenderne il reale valore, ma quando si capisce
che approcci e metodologie diverse possono convergere nella medesima direzione per
risolvere problemi e bisogni comuni.
4.1</p>
      <sec id="sec-5-1">
        <title>Riflessioni e prospettive: c’è bisogno di open minders</title>
        <p>Quando abbiamo lanciato il MOD, tre anni fa, eravamo ottimisti e forse anche un po’
ingenui. Pensavamo che ogni archeologo non aspettasse altro che condividere i propri
dati con i colleghi, utilizzare quelli degli altri, creare nuovi link collaborativi. Le
nostre aspettative sono state disattese e, nonostante in molti abbiano dimostrato
l’intenzione di pubblicare i loro dati nel MOD, solo pochi lo hanno fatto. Abbiamo
capito che chiedere agli archeologi italiani di rendere il proprio lavoro aperto e
riutilizzabile era realmente una rivoluzione di sistema. E’ apparso quindi chiaro
quanto fosse indispensabile creare un terreno fertile alle istanze di cambiamento;
formare “dal basso” sia gli archeologi che in un futuro avrebbero potuto aprire i loro
dati, sia, e soprattutto, i riutilizzatori di quei dati. Non c’è infatti spiegazione più
chiara dell’utilità di fare open data della dimostrazione pratica di ciò che
effettivamente si può realizzare con il libero accesso ai dati. Abbiamo così deciso di
creare un’occasione mirata, una settimana gratuita di intensa formazione da offrire a
neolaureati, professionisti, funzionari statali, docenti, insomma a tutti coloro che
volessero comprendere meglio le modalità di applicazione degli open data ai dati
archeologici. La Open School of Archaeological Data2, giunta quest’anno alla sua
seconda edizione, cerca di fornire linee guida e strumenti essenzialmente pratici per
muoversi entro il mondo degli open data archeologici, passando dal quadro normativo
all’utilizzo di software e piattaforme per l’estrazione e il riutilizzo dei dati, dalla data
analysis alla data visualisation.</p>
        <p>Contemporaneamente abbiamo preso consapevolezza che, nonostante il mondo corra
e la rivoluzione digitale sia ormai 4.0, la maggior parte degli archeologi fa fatica a
staccarsi da vecchi modelli e metodi di lavoro. La pubblicazione, così come la si
intende comunemente, è ancora il buon vecchio articolo cartaceo e, se lentamente si
comincia ad accettare (e apprezzare) le pubblicazioni open access, ancora lunga
sembra la strada da percorrere per accreditare scientificamente la pubblicazione aperta
dei dati. Alla luce di ciò, e capendo che era necessario un approccio più graduale a
questo nuovo modo di pensare e lavorare, abbiamo lanciato l’idea di una serie di
“Data-Book”, volumi che associano a un paper open access la pubblicazione nel
MOD dei dati della ricerca come open data. Questa operazione consente agli autori di
pubblicare contemporaneamente sia i dati grezzi di un’indagine in modo integrale e
aperto, sia la loro interpretazione in modo più tradizionale; permette inoltre a tutta
l’utenza sia di leggere un articolo di sintesi con la possibilità di verificarne i contenuti
nella documentazione allegata, sia di riutilizzare quella documentazione per lavori
differenti. La prima “call for data and paper” ha visto una discreta partecipazione e ha
permesso di allargare i confini geografici del MOD oltre Pisa, fino ai territori della
Sicilia, dell’Abruzzo, del Lazio e della Basilicata3 [10]. Due nuove call, per altrettanti
volumi, sono ad oggi aperte con scadenza semestrale (dicembre 2015, giugno 2016)
con l’idea di creare un’occasione permanente di pubblicazione dei dati che, ci
auguriamo, possa diventare una “buona abitudine”. OSAD e Data-Books sono state le
ultime iniziative messe in campo dal laboratorio MAPPA per cercare di stimolare un
cambio di passo e di mentalità, la creazione di una generazione di archeologi
“openminders”. Un primo risultato è arrivato un anno fa quando, dopo la prima edizione
della OSAD, un gruppo di archeologi si è dato un nome e ha scritto un manifesto4 con
lo scopo di sensibilizzare e informare gli archeologi italiani sul mondo degli Open
Data. Chiedendo di aderire a una dichiarazione di intenti, ma anche a richieste
2 OSAD - http://www.mappaproject.org/?page_id=2965
3
http://www.mappaproject.org/wpcontent/uploads/2011/08/DATA_Book_completo_copertina.pdf
4 MODA – Manifesto Open Data Archeologici - http://www.modarc.org/
concrete verso il MiBACT, gli enti di formazione e la comunità archeologica tutta, il
Manifesto richiama espressamente il tema della sostenibilità della disciplina, partendo
dal binomio beni archeologici = beni comuni associato al forte concetto di
trasparenza: “I beni archeologici sono beni pubblici, di tutti i cittadini, nell’accezione
più ampia di bene comune: pubblici devono essere allora anche i dati che li
descrivono (…)Noi crediamo che l’accesso pubblico ai dati sia vitale se si vuole che
la trasparenza e l’esaltazione delle buone pratiche siano il fondamento di una
gestione consapevole e partecipata di un bene collettivo (…)”. Il Manifesto chiama in
causa, trasversalmente, tutte le componenti del mondo archeologico dando loro una
forte responsabilità civile che passa attraverso un uso consapevole dei dati e la
necessaria consapevolezza di “riacquistare una forte rilevanza sociale ed essere
realmente produttori e promotori di cultura.(…)”.</p>
        <p>Crediamo di essere riusciti ad accendere una miccia e ci fa molto piacere registrare
che in questi ultimi anni le cose stanno cambiando. Poco dopo l’uscita del MOD è
nato il progetto Open Pompei5 che negli ultimi mesi ha sempre più concretizzato
l’applicazione della filosofia open data con le giornate formative dello Stvdivm,
ispirate alla OSAD, e la realizzazione del primo hackathon archeologico italiano (lo
Scriptorivm).</p>
        <p>Di pochi mesi fa, la notizia dell’apertura dei primi dataset con le schede di catalogo
dell’ICCD.</p>
        <p>Forse, qualcosa si muove.
5 http://www.openpompei.it/
of the 42nd Annual Conference on Computer Applications and Quantitative Methods in
Archaeology, 361-364 (2015)
7. Anichini, F.:MAPPA survey: gli Open Data nell’archeologia italiana. In: Anichini, F.,
Dubbini, F., Fabiani, F., Gattiglia, G., Gualandi, M.L. (eds.) MAPPA. Metodologie
Applicate alla Predittività del Potenziale Archeologico, vol.2, 121-132 (2013)
8. Ciurcina, M.: Parere legale sul portale Mappa Open Data. In: Anichini, F., Bini, M.,
Dubbini, N., Fabiani, F., Gattiglia, G., Ghizzani Marcìa, F., Gualandi M.L. (eds)
MapPapers 4, 87-106 (2013).
9. Serlorenzi, M., Jovine, I., Boi, V., Stacca, M.: Archeologia e open data. Stato dell’arte e
proposte sulla pubblicazione dei dati archeologici. Archeologia e Calcolatori, Supp 4,
6078 (2014)
10. Anichini, F., Gattiglia, G., Gualandi, M.L (eds.): Mappa. Data Book 1. Edizioni Nuova
Cultura, Roma (2015)</p>
      </sec>
    </sec>
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